Abbazie e Certose: come non perdere alcuni tesori del Lazio

By ottobre 9, 2017RASSEGNA STAMPA

La strada per raggiungere la Certosa di Trisulti, a Collepardo, nel basso Lazio, è in realtà una passeggiata nel selvaggio verde, nella quiete che attenta e pensosa guarda ai Monti Ernici come ascesi dello Spirito. La Certosa fa parte del cammino di San Benedetto che, partendo da Norcia, in Umbria, volge verso sud con moltissime tappe, prevalentemente laziali tra cui Subiaco, Trevi, Casamari e Montecassino. E’ un itinerario stupefacente tra borghi medievali, ricche biblioteche, affreschi di scuola senese e umbra, paesaggi corroboranti. Roma è sempre benemerita, ma la sua presenza ha in realtà relegato nell’ombra le molte meraviglie delle terre circostanti, tra cui, spiccano altri due nomi che la storia della Chiesa non può proprio dimenticare: le abbazie di Fossanova (Latina) e quella di Grottaferrata (Roma).

I custodi dei tesori che cingevano come una corona il Lazio fatto di fede e di cultura, di arte e di lavoro manuale, di spirito e di vita, potrebbero accontentarsi di rimanere alla fonda, invece pare stiano tristemente affondando, se non sprofondando. Abbazie e Certose stanno per essere, se non lo sono già, abbandonate dai monaci, spesso oramai anziani e in numero esiguo, per trovare nuovi custodi provenienti da altri ordini che però non hanno lo stesso carisma.

Tra le caratteristiche che più i visitatori ricordano, a Fossanova morì e fu sepolto Tommaso d’Aquino nel 1274, a Grottaferrata si celebra la divina liturgia in lingua greca di San Giovanni Crisostomo, a Trisulti la splendida farmacia risplende ancora grazie alla mano del Balbi.

Nell’occidente latino, Abbazie e Certose assumono forma cenobitica cioè comunitaria: per questo, già nei Padri della Chiesa, i monaci viventi in celle sono paragonati alle api. La Badia è quindi simile a un alveare in cui ogni monaco svolge la sua mansione fissa o si occupa, ad esempio, di uffici variabili generalmente con cadenza settimanale.

La cura della liturgia, soprattutto di quella delle ore e del lavoro manuale, è la caratteristica precipua del carisma benedettino da cui si dipana in un’osservanza più rigorosa della regola, la famiglia certosina. Benedetto, patrono d’Europa riassume sia nella sua parabola biografica, sia nel suo ideale ascetico, la storia stessa del monachesimo occidentale: dall’isolamento nel Sacro Speco di Subiaco alla decisione di edificare abbazie. Un altro speco, quello di Grottaferrata animò la vita di San Nilo, viaggiatore intrepido, pellegrino verso Roma. Fu lui a fondare un’Abbazia dedicata alla Vergine, mentre la cristianità, per motivi storici, si stava dividendo, e fu sempre lui ad instillare una gemma orientale nella tiara del cristianesimo latino.

Fondata nel 1004, Santa Maria di Grottaferrata si segnala per peculiarità storiche e liturgiche. Fedele a Roma, ma di rito orientale, il monastero conserva tracce anche litografiche di questa stratificazione: la mura che la cingono e l’intero complesso abbaziale sono stati edificati da Giuliano della Rovere, poi Giulio II. L’attuale struttura della Chiesa, con le cappelle attigue, in cui notevoli sono gli affreschi del Domenichino, è di epoca barocca. La biblioteca nazionale custodisce incunaboli di pregio e rara bellezza. Quanto al rito, la liturgia bizantina non si avvale di strumenti, ma solo di accompagnamento vocale e valorizza la migliore innodia orientale con tutte le raffinatezze proprie della lingua greca.

L’Abbazia di Fossanova, a Priverno venne costruita dai monaci cistercensi; dedicata alla Vergine, venne consacrata da Papa Innocenzo III nel 1208. Fedeli alla regola di San Bernardo i monaci innalzarono un incessante inno alla spiritualità: di nuda pietra e in stile gotico cistercense conserva affreschi trecenteschi alcuni dei quali dedicati a San Tommaso. Definita di “spoglia grandezza” conserva ancora intere molte sue parti tra cui il pacificante Chiostro. Questa essenzialità architettonica rappresenta un’eccezione in Italia. Il piccolo borgo che circonda tutto il complesso è particolarmente suggestivo.

La Certosa di Trisulti custodisce oltre 36mila volumi. Gli ultimi monaci la hanno lasciata la scorsa estate per tornare a Casamari, l’estensione è di 15.000 metri quadri e i fondi necessari per conservarla scarseggiano. Nel 1204 per volere di Innocenzo III fu fondata dai Certosini che vi rimasero stabilmente fino al 1947, quando furono sostituiti dai Cistercensi. Sembrerebbe che alcuni lavori dovrebbero iniziare a breve, le piogge stanno seriamente danneggiando la volta della Chiesa.

Sebbene diversa, la Certosa non può essere contrapposta alle Abbazie come se fosse tutt’altro, erroneamente alcuni manuali tendono a giustapporre eremitismo e cenobitismo: alcune differenze, pur se presenti, non vanno esacerbate. In un certo primo significato ogni monaco è eremita anche se vive in comunità, lo è perché custodisce nella preghiera il suo rapporto con Dio, fatto di silenzio adorante e quindi, parlante oltre e ancor prima di ogni parola. Dall’altro lato il monaco eremita, come i grandi padri del deserto, pur vivendo solo, è cenobita perché in comunione profonda di preghiera con la Chiesa universale. L’eremita non idolatra la solitudine in sé, come un cenobita non mitizza la vita comune.

Come evitare di perdere questo sterminato patrimonio del Lazio evitando che si rovini o che spariscano le secolari tradizioni appena descritte? Cosa ne è dei fondi europei di cui in genere dispone la Regione? Se oggi abbiamo a disposizione tutta la cultura classica, lo dobbiamo prevalentemente alla tradizione monastica che pazientemente riscriveva quanto affidatole; se poi la cultura infastidisce o è considerata sinonimo di bazzecola, pinzillacchera o quisquilia, significa che questo amatissimo paese – e così tutti quelli interessati al solo guadagno – rischia di non avere futuro, pure la cultura può portare denaro (ma non senza investimenti), anche se dovrebbe interessarci e appassionarci a prescindere dal profitto, ma più semplicemente perché è, è, è!

di Veronica Arpaia e Alessio Conti dal blog La Nostra Storia del 8 ottobre 2017

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"La Storia senza revisione non dovrebbe circolare"

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